Comune di Borgarello

Storia del comune

Origine di Borgarello
Dopo il periodo tardo-romano e celtico, cui risalgono il nome (da brug, brughiera) e il nucleo primitivo del paese identificabile col sito dell'attuale Cascina Colombina, superato inoltre il periodo longobardo e alto-medievale, sui quali manca documentazione scritta, Borgarello è citata per la prima volta nel 1181 per una tassa di "fodro" (foraggio) imposta agli abitanti per necessità belliche, in quanto alleati del Barbarossa. I capi-famiglia elencati come tassabili erano in tutto cinque, per una somma totale di cento soldi, all'epoca cifra considerevole. Il 16 gennaio 1191 un lascito sottoscritto da Uberto Bellegnano assegna al monastero di S. Pietro in Ciel d'Oro una rendita annua di soldi quattro sul campo di Borgarello, detto "La Vigna Vecchia".
Altri proprietari terrieri, di cui è documentata l'esistenza, sono i nobili: Corti, Fiamberti, Ghiringhelli, Barracani, Piacentini e, in età Viscontea, i Del Maino.
Con l'inclusione nel Parco Nuovo ducale (1398), Borgarello perse la sua autonomia ed entrò sotto la giurisdizione civile e penale del Capitano del Parco. Paese e territorio passarono alla Camera Ducale e i redditi furono donati da Galeazzo M. Sforza alla Duchessa Bona. Solo dopo la battaglia di Pavia (1525) la comunità, ridotta a dodici famiglie di massari - in tutto 67 anime - ritornò alla primitiva autonomia. Salvo l’obbligo di pagare le imposte all’Erario, l’assemblea dei capi-famiglia eleggeva annualmente fra i suoi membri Console e Deputati. Borgarello rimase esente da ogni signoria feudale fino al 1691, quando il conte Giovanni Battista Mezzabarba, che vi possedeva molti beni, acquistò dalla Regia Ducal Camera di Milano il titolo di feudatario, ufficialmente conferitogli il 28 aprile 1691, senza peraltro titolo di imporre tributi ai cittadini. Il feudo si estinse nel 1765 con la morte del conte Pio Mezzabarba, rimasto senza eredi maschi.
Con la riforma amministrativa Teresiana, dal 1761 comparve la figura del Sindaco, eletto annualmente da cinque Deputati e assistito dal Console, esautorato dal suo ruolo di primo piano e declassato a ufficiale giudiziario nonché messo comunale. Altre nuove importanti cariche introdotte: i revisori dei conti (controllori del bilancio), l’esattore comunale (addetto ai mandati di pagamento e alla riscossione dei tributi), il Cancelliere (segretario, consulente tecnico e amministrativo).
Dal 1809 al 1816 Borgarello fu accorpato a San Genesio. Nel 1816 il governo austriaco sostituì la figura del Sindaco con quella dell’Agente Comunale. Dal 1860, con l’Unità d’Italia, si tornò al precedente sistema sindacale con l’istituzione anche dei consiglieri comunali. Borgarello contava allora 686 abitanti, di cui solo una trentina con diritto di voto, per censo e istruzione. La scuola era assicurata solo fino alla terza elementare. Dopo l’inaugurazione del nuovo edificio scolastico, avvenuta nel 1930, si garantì l’istruzione fino alla quarta elementare. Due maestre, Luigia De Donigi e Ida Rancati, mantennero l’incarico per numerosissimi anni.
Per la storia recente di Borgarello, si segnala che nel 1928 il paese fu incorporato nel Comune di Certosa e solo nel 1958 recuperò la propria identità amministrativa.

Edifici di particolare rilievo architettonico
La settecentesca chiesa parrocchiale, intitolata a San Martino Vescovo, più volte restaurata e dimora di un prestigioso organo Lingiardi (1903, restaurato nel 2011); un pregevole palazzo del XVIII secolo che fu residenza estiva della famiglia dei Mezzabarba; la storica cascina "La Colombina", nucleo originario del paese stesso intorno al quale nel tempo si è sviluppato il borgo antico. Tale complesso rurale  denominato un tempo "il Castello" sorge, nel cuore di Borgarello, una delle tracce tuttora conservate dell’antico Parco Visconteo. Archivi storici e notarili, come pure i registri parrocchiali del paese, documentano una storia che ebbe inizio nel XII secolo o forse prima. Il nome della cascina trae origine da un’effigie incisa sulla facciata dell’edificio padronale rivolta a mezzogiorno. Presumibilmente il rimando è alla “Contrada della Colombina” di Pavia, residenza di alcuni dei proprietari originari. Non si escludono però riferimenti al mito della fondazione di Pavia, al simbolo agostiniano dello Spirito Santo o, addirittura, allo stemma iniziale dei Visconti di Milano.

Il Castello di Borgarello: "La Colombina"
Attualmente azienda agricola di proprietà Bono, a partire dal 1581 la cascina appartenne per tre secoli ai Del Bove (o Bovio), industriosi esponenti della nobiltà mercantile pavese, che avevano rilevato varie proprietà dai Frati Agostiniani di San Pietro in Ciel d’Oro e dalla famiglia Del Majno.
Questi ultimi, illustri e fidati congiunti dei Visconti e degli Sforza, erano stati ricompensati dai Duchi di Milano con tale costruzione e con gli annessi poderi circostanti. Il complesso, circondato da un sistema idrico invalicabile e probabilmente comunicante con la Certosa ed altre proprietà mediante una rete di cunicoli sotterranei, era posto al limite nord del Parco Nuovo e costituiva uno strategico presidio di difesa ducale. Ancor oggi è indicato con il toponimo “il Castello”. Nella cartografia quattrocentesca compaiono precisi riferimenti alla “Torre Bianca del Majno” (costruzione angolare tuttora esistente e vincolata dalla Soprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici). Un tempo merlata, persi i connotati di fortificazione militare, a partire dal Cinquecento fu ingentilita da prestigiose decorazioni ad affresco. Un’ipotesi accreditata è che “la Colombina” fosse in precedenza una piccola comunità ecclesiale, orante e operosa, dedita al lavoro agreste, esperta in erbe officinali e medicamentose, solerte nel ricovero di pellegrini, viandanti ed ammalati. Recenti interventi di restauro, inoltre, hanno riportato alla luce una cripta di epoca romanica con una struttura cava in mattoni, simile ad un fonte battesimale. In epoca longobarda, una comunità monastica probabilmente aveva sostituito un precedente insediamento celtico.
I pagani avrebbero conferito alla località il nome Borgarello, derivandolo da brug, brughiera. La profonda sensibilità artistica ed ambientale dei discendenti Bono e di quanti contribuiscono a preservare la cascina e ne divulgano, instancabili, i fasti del passato, permette a Borgarello di essere parte integrante di una realtà storica, rurale e culturale che bisognerebbe mantenere viva e prestigiosa favorendo incontri, dibattiti e visite guidate. (Il “Castello” di Borgarello. Tratto dal periodico d'informazione comunale: “BORGARELLO e DINTORNI” n° 2 aprile 2006 iscr.Trib. Pavia n.° 629 del 23.11.2005. Autori: Alberta Samuele ed Enrico Impalà)

Il Parco Visconteo
A
nticamente Barco (Barcho Vecchio) di Pavia, con un'ampiezza di 14 km2e un perimetro di 15 km, fu voluto da Galeazzo II Visconti dopo il 1360. Recintato con un muro di mattoni alto 4 braccia (due metri e mezzo), si estendeva dalla città verso nord sino a Cantone delle Tre Miglia (Borgarello), San Genesio e Due Porte. Una trentina d'anni dopo, il successore Gian Galeazzo ampliò il Parco sino a 22 km2, estendendolo verso Nord da tre a cinque miglia e costruì un nuovo muro, a proseguimento del primo, a racchiudere Torre del Mangano, Porta d'Agosto, Ponte Carate e Porta Chiossa. Il muro di cinta fu completato intorno al 1399: lungo quasi 25 km, aveva uno spessore di tre teste di mattone (quasi 90 cm), fondamenta profonde due braccia (circa m 1,25), era alto 4 braccia (due metri e mezzo) e terminava con un tettuccio alto un altro braccio. Alla costruzione e alla manutenzione del Parco furono necessarie massicce opere di sistemazione idraulica, opere di fine ingegneria, che come i Navigli milanesi anticiparono l'opera di Leonardo. Il parco era ricco di boschi, di querce, castagni, ontani e olmi. Un grande giardino di caccia, dai paesaggi magicamente intrecciati di natura e di artificio, nel quale persino i nomi dei luoghi vennero cambiati e quasi tutte le tracce più antiche si persero per celebrare le opere e le glorie della nuova famiglia di Signori, eccettuati solo il nome di Borgarello e le dediche delle due chiese di Borgarello e di Torre del Mangano a due "santi guerrieri": l'una a San Martino di Tours, santo legato ai pellegrinaggi, l'altra a San Michele (dedicazione tradizionalmente legata alla storia del Longobardi). Le porte del Parco conservano ancora il loro nome, a distanza di oltre sei secoli, mentre le tracce di dedicazioni più antiche sono sepolte e scomparse. Dopo Ludovico il Moro (1500) iniziò la decadenza del Parco. Dopo la battaglia di Pavia (1525), nel muro di cinta furono aperte numerose brecce, e poi ampi tratti di muratura caddero o furono asportati dai contadini per reimpiegarne i mattoni, sino alla sua totale demolizione.

Il passaggio segreto
Quella del sotterraneo che collegava luoghi importanti sotto il piano di campagna è una tradizione diffusa: in tutti i castelli, in tutti i monasteri si racconta dell'esistenza d'un passaggio segreto. Non sempre si tratta di miti, poiché tutti i complessi fortificati dovettero sempre prevedere una via d'uscita d'emergenza, nota soltanto a chi ne possedesse la chiave. Nel sistema difensivo di Pavia esistettero certamente alcuni collegamenti sotterranei. Se ne è trovato con certezza uno, che correva
sotto la contrada di San Michele, diretto fuori porta San Giovanni (forse verso la casa templare di San Giovannino). Appare credibile l'ipotesi di un sotterraneo che permettesse l'evacuazione, o per lo meno un passaggio segreto, dal Castello Visconteo di Pavia al Parco, sino alla cascina Corso e al Castello di Mirabello. Rimane però avvolta nel mito l'esistenza d'un altro passaggio segreto, che dal Castello di Pavia conducesse sino alla Certosa, passando per la Repentita e per Borgarello. Nel 1956 i giornali locali riportarono il caso di quattro giovani fermati dai Carabinieri perché sorpresi a penetrare di notte nella torre della Cascina La Colombina alla ricerca dell'ingresso del passaggio segreto. Gli avventurosi giovani seguivano le indicazioni di un'antica mappa trovata da uno di loro, operaio, nel corso di lavori eseguiti nei sotterranei del Castello di Pavia. Da questo fatto di cronaca locale e da approfondite ricerche storiche prende le mosse il romanzo "Il Tesoro dell'Antipapa" dell'architetto Alberto Arecchi, studioso di storia e archeologia.
Altri tentativi sono ricordati da diversi "miti metropolitani", dei quali si conserva la memoria. Sulla base delle tradizioni orali e delle ricerche di vani sotterranei colmati o otturati, condotte nel corso degli anni, siamo in grado di proporre un'ipotesi molto attendibile relativa al percorso del passaggio segreto nelle campagne del Parco Ducale. Le cinque tappe del percorso, corrispondenti ad altrettante stazioni di accesso/uscita dal sotterraneo, scandite a intervalli di un miglio l'una dall'altra, risultano essere le seguenti: partenza dai sotterranei del Castello Visconteo; Case Nuove dei Canonici; Cascina Pantaleona/ Cascina Rizza (sull'Alzaia verso Borgarello); Cascina Repentita presso la frazione di Borgarello Cantone Tre Miglia, che costituisce il luogo ove la tradizione vuole fosse tenuto prigioniero Francesco I e fosse inventata, a suo uso e consumo, la Zuppa alla Pavese. Qui si usciva dal muro del Parco Vecchio che misurava tre miglia da sud a nord; qui un cunicolo sotterraneo, documentato dalle testimonianze dei "vecchi", fu chiuso una trentina d'anni fa per impedirne l'accesso ai ragazzi; Torre Del Maino di Borgarello (presso
la Cascina La Colombina), antichissimo complesso fortificato, di probabile origine celtica, detto anche "Torre Bianca" su alcune antiche carte del '500, del 1642 e ancora del 1742. Infine, la quinta tappa si conclude con l'arrivo ai sotterranei della Certosa di Pavia, che attendono ancora d'essere esplorati. Il percorso individuato è l'unico razionalmente plausibile, non solo perché regolarmente scandito da tappe alla distanza relativa d'un miglio, la cui esistenza risale almeno all'epoca viscontea, ma perché evita accortamente ogni avvallamento ed ogni corso d'acqua dell'ampio territorio del Parco.
(www.liutprand.it - Alberto Arecchi)
 

La villa Mezzabarba
Nell'età spagnola, e per molto tempo ancora, il cosiddetto "vivere da nobili" era la strada maestra per ottenere l'ammissione ai collegi professionali, l'accesso alle cariche pubbliche e l'acquisto di un feudo, normalmente accompagnato da un titolo nobiliare. Lo splendore e la grandiosità delle dimore patrizie cittadine non erano pertanto correlati a desiderio di fasto, ma soprattutto all'esigenza di rispecchiare ed esaltare la grandezza, la gloria e la potenza di una stirpe. Inoltre, per una illustre casata, il palazzo cittadino non assolveva a questa funzione se non accompagnato dalla proprietà di una sontuosa residenza di campagna. Le ville, spesso corredate di giardini a simmetria regolare, fontane ornamentali, vialetti ameni e recessi ombrosi, di cui la campagna lombarda rapidamente si costellò, oltre a svolgere una funzione residenziale e di rappresentanza del rango sociale, finalizzata al godimento della vita agreste e agli svaghi rusticani, rispondevano anche ad esigenze pratiche, in quanto consentivano ai proprietari un più diretto controllo gestionale dei patrimoni fondiari. Una realtà di questo tipo è puntualmente  verificabile nel caso della villa Mezzabarba di Borgarello, dove la residenza fu eretta attorno al 1688- 1700 - su commissione del feudatario Giovan Battista Mezzabarba all'architetto di fiducia Veneroni - al centro della cospicua proprietà agricola, come architettura emergente nel contesto delle più modeste abitazioni che costituivano il nucleo rurale. Il complesso residenziale, a differenza di quanto avvenuto altrove per altre dimore signorili di villeggiatura, non fu situato nel pressi della via d'acqua costituita dal Navigliaccio, in quanto quest'ultimo, inaugurato da Galeazzo II Visconti nel 1365, nell'ultimo quarto del Quattrocento non fu più navigabile, essendo state le conche poste lungo il suo percorso spazzate via da un'alluvione improvvisa e mai più ripristinate. I documenti del tempo attestano che la famiglia Mezzabarba soggiornava nella villa soprattutto nei mesi estivi e autunnali, in coincidenza con le stagioni di più fervida attività agricola e con le consuete scadenze contrattuali. La planimetria del complesso residenziale ripete le caratteristiche largamente diffuse nelle ville lombarde del '600-700: lo schema assiale è di tipo tradizionale e comprende il cortile d'onore, il corpo trasversale dell'edificio e il giardino, simmetricamente ordinati su un asse con direzione est-ovest. La villa presenta pianta ad U con il lato libero aperto verso lo spazio pubblico. Il corpo principale, di carattere  imponente, è distribuito su due piani e, a livello del cortile, è percorso da un portico a tre fornici sorretto da due colonne. A questo corpo si innestano perpendicolarmente due ali basse, che ne completano la pianta ad U, originariamente chiusa sul quarto lato da un muro di cinta ora sostituito da un'inferriata di fattura moderna. Dell'antica recinzione, abbattuta durante gli ultimi restauri, rimangono sull'entrata due pilastri mistilinei. Il cortile è dominato dalla fronte principale dell'edificio, che si differenzia nettamente da quelle delle ali di servizio. Al pian terreno, il portico – oggi chiuso da una vetrata – è l'elemento qualificante: una profonda zona d'ombra su cui si staglia il granito delle due colonne toscane che sorreggono tre ampie arcate a tutto sesto. Ai lati del portico si susseguono le finestre, evidenziate da cornici rettilinee arricchite agli angoli da riseghe e, nel mezzo dell'architrave sagomata, da conci esornativi che simulano chiavi di volta. Una fascia marcapiano corre lungo le pareti che cingono il cortile, creando un nesso di continuità tra le tre fronti dell'edificio, mentre i rispettivi piani superiori sono animati dall'apertura di finestre. Nella facciata principale il ritmo delle finestre assume un andamento più serrato, culminando in un balcone con parapetto in ferro battuto, posto in asse con l'arcata di mezzo del portico. Il cortile d'onore è delimitato a nord e a sud dalle frontali laterali più basse. Molto semplici nell'articolazione architettonica, si presentano impostate su due piani, il secondo dei quali ammezzato. Al piano superiore, le cortine murarie sono animate dalle aperture dei mezzanini e, a livello del cortile, da una serie di porte-finestre; in entrambi i casi le aperture sono contornate da semplici cornici rettilinee, simili a quelle del primo ordine del corpo nobile. Dotata di un accentuato andamento orizzontale è invece la fronte posteriore della villa, che prospetta verso un giardino coltivato all'inglese. Essa si sviluppa su due piani: al centro di quello terreno si apre una porta affiancata da finestre contornate da semplici cornici. La zona nobile si presenta più articolata: agli estremi del corpo di apre una serie di ovuli che un tempo davano luce alle scale di servizio e piccoli vani, mentre sopra la porta del piano terra sporge con un leggero aggetto un balconcino a coda di rondine, protetto da una ringhiera in ferro battuto, simile a quello presente sulla fronte principale. Il balcone e le due finestre che lo affiancano sono, poi, sormontati da tre fastigi lineari che, con il parapetto sottostante, costituiscono gli unici elementi decorativi di questa fronte. La residenza di Borgarello, pur non presentando la monumentalità che caratterizza altre ville sorte in area lombarda nel XVII e XVIII secolo, è improntata tanto all'esterno quanto all'interno a un'eleganza sobria e decorosa, accompagnata da una limpida chiarezza dell'impianto distributivo. Anche nell'articolazione degli interni, infatti, riprende la tipologia più usuale delle ville di questo periodo: al piano terreno il salone principale, passante, occupa con il portico rientrante l'intera profondità del corpo mediano, creando un cannocchiale prospettico che dal cancello d'entrata, attraversata la corte nobile, arrivava – passando per l'edificio – al muro di recinzione del giardino. Accanto alla sala principale, si allineano quattro ambienti passanti, che si affacciano con le finestre sul retro della casa. Lo spazio verso la corte è, invece, occupato a sud da tre stanze comunicanti tra loro attraverso un corridoio, a nord dello scalone d'onore, quadrangolare con due rampe protette da una balaustra in ferro battuto. A questi ambienti si accede direttamente dal portico che svolge la funzione di atrio, entro il quale si aprono lateralmente due ingressi principali coronati da un motivo trilobato. Lo stesso schema distributivo è riproposto al piano nobile dove, in corrispondenza del portico, vi erano in origine una galleria e una sala. La comunicazione tra i due piani padronali era garantita, oltre che dallo scalone d'onore, da due scale di servizio poste agli angoli del corpo centrale. Di queste, quella di nord-est risulta oggi in parte distrutta. Solo l'ala di servizio di settentrione è comunicante al secondo piano con il  corpo centrale, ed è servita da una scala secondaria posta a ridosso del nucleo nobile. Lo stesso spazio prevede nell'area meridionale una quarta scala di servizio per mezzo della quale è possibile passare dai locali del piano terra a un grande vano che occupa l'intero ammezzato di questo braccio. Infine, una netta distinzione tra il corpo nobile della villa e quello di servizio è suggerita dalla copertura degli ambienti e dal coronamento delle fronti. Mentre i vani delle ali sono infatti dotati di cassettoni lignei, quelli padronali hanno volte impostate a livello di cornicioni mistilinei. Allo stesso modo le fronti del corpo centrale sono concluse da gronde sporgenti sorrette da tavelloni di pietra, mentre le pareti esterne dei blocchi laterali sono decorate nella parte terminale da una fascia mistiliea molto aggettante che, nel punto di raccordo con l'ala principale, va ad appoggiarsi sulle cornici delle finestre laterali del piano nobile. Nel 1763 il patrimonio della villa fu lasciato al conte Pio, ultimo erede - sia pur indiretto – di Gian Battista e Girolamo Mezzabarba. Costui ne fu amministratore mediocre e la proprietà ormai afflitta da debiti fu alienata e infine ceduta ai nobili milanesi Luigi Calvi e consorte Marianna Confalonieri. Nel tempo la villa perse le sue funzioni di residenza signorile e fu utilizzata come abitazione dei fittabili della tenuta agricola. La conversione d'uso influì pesantemente sulla conservazione della villa, parzialmente stravolta nella sua funzionalità e danneggiata in alcune sue caratteristiche architettoniche e decorative. Nel 1946 per disposizione testamentaria di Paolina Calvi la proprietà della villa e dell'annessa azienda agricola passò al Seminario Arcivescovile di Venegono. Il perdurare della situazione di semiabbandono ridusse la struttura in uno stato di grave fatiscenza. Nel 1991 la villa fu acquisita e ristrutturata dal visagista televisivo Diego Dalla Palma, in seguito ceduta ad un'immobiliare e attualmente è all'asta giudiziaria. [Borgarello. XX Secoli di Storia. Flavio Fagnani, Mario Farao, Sabrina Curti. La Goliardica Pavese Ed. 1999.]
[http://www.paviaedintorni.it/temi/attivita_professioni_file/immaginipassate_file/vecchio_Borgarello_file/vecchio_Borgarello5.htm] 

Personaggi illustri
Giovanni Foiani: cantante lirico di grande levatura, basso fenomenale originario di Borgarello che ha rappresentato l'Italia del bel canto nel mondo per più di trent'anni fino agli anni '90, collaborando con i più grandi nomi della lirica internazionale. Molteplici sono le segnalazioni sulla rete della sua vastissima discografia. Un suo coscritto emigrato negli USA, tale Migliavacca, ricorda in una biografia dedicata all'amico che Foiani si esercitava ogni giorno per ore e ore ed ogni giorno percorreva dieci miglia a piedi per raggiungere il suo impresario a Pavia. La sua notorietà si consolidò negli anni '70-'80 in tutto il mondo, ma anche all'apice della carriera fu sempre attento alle nuove leve pavesi e con il suo amico Piero Cappuccilli cercò di promuovere produzioni musicali e teatrali nella sua terra natale.
[video: Giuditta Mazzoleni & Giovanni Foiani "Sì, Principessa, ascoltami!... Liù...bontà!" March 01.1960; Franco Corelli "Il fior che avevi a me tu dato" July 23.1970]

 

Frazioni
Porta d'Agosto: uno degli ingressi al Parco Nuovo. Piccolissima comunità, autonoma fino all'incorporazione in Borgarello e Uniti nel 1756. Diverse le ipotesi sull'origine del nome: probabilmente l'agglomerato fu denominato Porta d'Agosto a ricordo di qualche arco trionfale imperiale eretto sull'antica strada romana che congiungeva Milano a Pavia, o forse dal nome di un Capitano del Parco Visconteo (l'unico ipotizzabile, tale Agostino Giorgi di Sancta Juleta, in carica tra il 1429 e il 1441), ovvero dal tale Agosto Beccaria di Gambolò. La supposizione più accreditata, tuttavia, riconduce la denominazione a S. Agostino, la cui devozione era molto diffusa nel pavese, dato che le sue spoglie sono conservate nella Basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro a Pavia. Non è escluso che si volesse far memoria del soggiorno di S. Agostino proprio in questa zona. E' infatti storicamente accertato che nel 386, preparandosi a ricevere il battesimo, il santo albergò nella villa di amici a Cassiciaco, oggi Casatico. A suffragare quest'ultima ipotesi, in una mappa del 1627 ("Disegno particolare del Naviglio Grande e del fiume Ticino nel contorno detto Naviglio con li edifici che sono in esso e con il paese circonvicino"), la località è chiamata "Sant'Agostino". Inoltre la tradizione afferma che al santo fosse dedicata la cappella interna al complesso rurale, scomparsa nella ristrutturazione.
Uschiolo: ossia piccolo varco di accesso al Parco Nuovo “a ciò che i Falconari potessero entrare e uscire”. Ebbe un oratorio eretto nel 1651, soppresso nel 1799 e demolito nel 1809 per consentire i lavori di scavo del Naviglio Pavese. Era dedicato alla Madonna di Loreto (col nome di “Madonna del Pilastro o del Rastello”). Ancora oggi oggetto di devozione e meta di processioni è la Madonna dell’Uschiolo, con la ricostruzione della grotta di Lourdes.
Cantone Tre Miglia anche detto Cassina de’ Sacchi: comunità autonoma fino al 1756, quando fu accorpata a Borgarello. La famiglia Sacchi aveva qui i suoi beni. La denominazione nacque dal fatto che in questa località il grande muro perimetrale del Parco, incontrandosi col muro divisorio del Parco Nuovo dal Vecchio, faceva una rientranza che il popolino battezzò “Cantone”. Il Tre Miglia può aver significato la distanza che corre tra questa località e l’altra, opposta, orientale ossia le “Due Porte” (Gianani F. 1971 Ed. Succ. Fusi, Imprimatur). La frazione ospitava un’Osteria e un Oratorio dedicato a San Paolo, benedetto dall’arciprete di Mirabello nel 1808. In documenti del 1702 (Arch. St. Mi. N. 1038 Fondo Acque p.a. Naviglio- Utenti) si cita l’esistenza del “Molino Cantone”, funzionante fino al 1970.
Cascine Calderari: in un documento del 1590 (Arch. St. Mi. Fondi Carnevali – Cart. 6408) risulta: “Communitas Bulgarelli, Trebellianae et Cantoni”. Probabilmente si trattava di terreni di proprietà di un tale Trebellius, nell’Alto Medioevo. Ancora nel 1741 gli “Stati d’anime” della parrocchia di Cascine Calderari citano la “Capsina Tribelliana detta la Colombara” del marchese Roberto Del Maino.
 

Personaggi della storia
La famiglia Del Maino – I Del Maino, uomini di fiducia del duca Gian Galeazzo, furono da lui incaricati di custodire la sicurezza del Parco Nuovo. Ebbero vaste proprietà in Borgarello, in particolare il suo antico complesso fortificato, identificabile con l’attuale Cascina La Colombina.
Giovanni Battista Mezzabarba (anticamente: Medio-barbis), conte di Corvino, Torricella, Casatisma e Borgarello, eresse la villa omonima sei/settecentesca.
Antonio Giuseppe Corbellini (1843-1927), nativo di Borgarello, fittabile e veterinario, a soli 17 anni partecipò alla 1ª spedizione dei Mille con Giuseppe Garibaldi nel 1860.
Don Giovanni Marzani (1871-1946), resse la parrocchia di Borgarello dal 1912 al 1946, adoperandosi in ogni modo per il bene spirituale e anche materiale del paese. Fece restaurare e affrescare, in buona parte a sue spese, la chiesa. Suo anche il merito di aver fatto arrivare l'elettricità in paese e di aver reso più agevole l'accesso alla strada statale con lo spostamento della scala in ferro sul Naviglio dal Cantone Tre Miglia al centro urbano, dove ancora sussiste anche se in disuso. "La porta di don Marzani era sempre aperta per chi avesse bisogno; persino di notte bastava bussare al muro della vecchia canonica in corrispondenza del suo letto per vederlo accorrere sollecito" ricordano i fedeli. Nel novembre del 1944 con un gesto eroico e di profonda umanità offrì la sua vita in cambio della liberazione di decine di borgarellesi presi in ostaggio per rappresaglia da parte dell'esercito tedesco di stanza in paese, a seguito di un'imboscata partigiana. Il gesto colpì a tal punto il maresciallo tedesco e i graduati a capo delle truppe, da indurli al rilascio dei prigionieri e a risparmiargli la vita. Ha lasciato un testamento spirituale rivolto al "suo Popolo e al suo Signore", che ancora qualche parrocchiano conserva autografo.
 

Cascina Repentita
Vestigia dell'antico Parco Visconteo sono ancora visibili presso la Cascina Repentita - già citata con questo nome in un atto del 1111 (probabilmente per il fatto che nell'Alto Medioevo ospitava, o aveva ospitato, una comunità di recupero per le "prostitute pentite di Pavia"), situata sulla strada interpoderale che collega la Cantone Tre Miglia ai borghi di S. Genesio e Mirabello, citata già in un atto del 25 gennaio 1111. In periodo Visconteo la Porta del Bosco delle Roveri collegava la comunità agricola Repentita (Parco Vecchio) col territorio di Borgarello (Parco Nuovo). Secondo la tradizione, presso la cascina Repentita fu portato Francesco I di Valois, re di Francia, subito dopo essere stato preso prigioniero dalle truppe di Carlo V. Un'iscrizione sul muro esterno del complesso rurale, apposta per opera di privati, ricorda la sconfitta e la cattura del re di Francia avvenuta nelle campagne limitrofe. (Pavia e la Battaglia del 24 febbraio 1525 - Luigi Casali)
 

Zuppa alla Pavese. Vuole la tradizione che il giorno della sua sconfitta Francesco I vagasse per le campagne attorno alla città, stanco e affamato ("Tutto è perduto, fuorchè l’onore e la vita, che è salva"). La vita gliel’avrebbe salvata una contadina, cui il sovrano si era rivolto per avere del cibo. "Sul fuoco del camino bolliva un brodo di barlande (borragine) e non di carne", merce rara per l'epoca, una fetta di pane casereccio, cotto la domenica nel forno comune con le altre donne della cascina, e un uovo fresco.  Il re apprezzò e firmò l'atto che lo allontanò per sempre da queste lande. Francesco I, tornato in patria dopo un anno di prigionia, introdusse a corte questa zuppa che ebbe un tale successo da divenire ben presto una celebre pietanza destinata a fama secolare. La leggenda è naturalmente creata ad hoc per giustificare l’orgoglio di campanile per quella che i pavesi ritengono una prelibatezza da re. (http://www.saporetipico.it)
 

Caduti illustri
Insieme al re Francesco I caddero prigionieri decine di gentiluomini. Numerosi anche i caduti illustri, tra cui Jacques II de Chabannes de La Palice. L'aggettivo "lapalissiano" deriva proprio dal nome di Jacques de La Palice ed indica una palese tautologia, qualcosa cioè che è talmente evidente, stanti le sue premesse logiche, da risultare ovvio e scontato, se non addirittura ridicolo per la sua ovvietà. Alla morte di La Palice infatti, i suoi uomini proposero questo epitaffio: Ci-gît Monsieur de La Palice. Si il n'était pas mort, il ferait encore envie (Qui giace il signor de La Palice. Se non fosse morto, farebbe ancora invidia). Tuttavia, con il tempo la effe di ferait fu letta esse, quindi serait, e la parola envie divenne en vie; con il risultato che il testo recitò ch'egli "sarebbe ancora in vita" ("il serait encore en vie"): da qui il significato di "scontatissimo" attribuito all'aggettivo. (Dante Zanetti, Vita, morte e trasfigurazione del Signore di Lapalisse, Bologna, Il Mulino, 1992)
 

Percorsi ciclo pedonali che transitano da Borgarello
Greenway (Milano-Pavia-Portofino);
Via Verde della Battaglia (circuito della battaglia di Pavia);
Anello Pavese (Bereguardo-Certosa-Morimondo).
Info Piste Ciclabili: http://www.piste-ciclabili.com/provincia-pavia
 

Vie d’acqua
La Mischia: anche se scomparsa dal territorio di Borgarello, merita una citazione poiché è il corso d’acqua più antico, ampiamente documentato dal 988 per tutto il Medioevo. Nel suo lungo e tormentato percorso, dalla sorgente (un fontanile a Vittuone) giungeva alle campagne a nord di Borgarello: una diramazione arrivava alla cascina La Colombina, circondando l’intero complesso e facendone un’isola, con significato sacrale in epoca celtica, funzione difensiva nel Medioevo e irrigua nei secoli seguenti. Questa diramazione, non più alimentata dalla Mischia, in parte interrata e in parte rimasta scoperta fino a tempi recenti, ora tombinata e asfaltata (vicolo S. Martino, piazza don Marzani, vicolo Moro) è diventata una tratta della rete fognaria comunale. Il ramo principale si riversava nell’alveo dell’attuale Roggia Grande, proseguendo verso la cascina Repentita e Mirabello, dove confluiva la Carona, dando origine alla Vernavola.
Il Navigliaccio. Scavo iniziato nel 1365 da Galeazzo II Visconti. Ha origine a Binasco, dal Ticinello, corso d’acqua che presso Boffalora si diparte dal Ticino. Il Navigliaccio è largo e profondo, ma ha scarsa portata d’acqua.
Il Naviglio Pavese. Iniziato nel XVI secolo dagli Spagnoli e poi interrotto, il progetto fu ripreso in età napoleonica e ultimato sotto il governo austro-ungarico nel 1819. Fino all’ultimo dopoguerra fu importante come canale di irrigazione e come via di navigazione; chiatte trainate da cavalli trasportavano allo scalo milanese di Porta Ticinese la ghiaia del Ticino (e occasionalmente anche passeggeri disposti a un viaggio piacevole, ma lungo un’intera giornata). La navigazione era favorita dalla lievissima pendenza e dalla presenza di conche – di concezione leonardesca – per superare i dislivelli. Per consentire la navigazione non c’erano ponti carrai tra Certosa e Cassinino, solo l’alta scala in ferro che si trovava originariamente al Cantone Tre Miglia e che il parroco don Marzani si adoperò attivamente per far spostare alla sede attuale, dove meglio serviva al paese. Una curiosità: fino agli anni ’40 l’acqua del Naviglio era usata senza inconvenienti per uso alimentari, in particolare per i caseifici e per ottenere ghiaccio nelle apposite “conserve”.
L’Alzaia, che costeggia il Naviglio, nei documenti dei secoli XV e XVI, era detta “la stradella del Duca” o “ stradella del Signore”. Fino a tempi recenti, dove ora è situato il ponte, un muretto in granito delimitava l’affaccio da Borgarello sull’Alzaia: il cosiddetto “sasso”. Da qui il modo di dire locale “d’la Rüsa al Sass” per indicare i due limiti estremi est e ovest del paese.
La Roggia Grande. Deriva dal Navigliaccio, nei pressi di Nivolto. Azionava il mulino della Certosa. Passando da Borgarello, di cui segnava il confine orientale, per la sua limpidezza era frequentata dai pescatori e dalle lavandaie, le quali si ritrovavano al guado presso il ponte per sciacquare il bucato settimanale.
La Roggia Bareggia. Da un documento del 31 gennaio 1399: “saranno ottant’anni circa che il monastero della Certosa ha con privata autorità formato un cavo detto Bareggia, col quale ha raccolto molti di quei coli che sono obbligati al Ticinello, ossia Naviglio di Pavia”. La Bareggia risale quindi al XIV secolo. Attraversa campagne a nord di Borgarello, poi incontra e costeggia la strada tra Porta d’Agosto e il cimitero di Borgarello.
La Roggia Barcheggiana. Il nome deriva da “Barcho”, richiamandosi quindi al Parco Visconteo. Anticamente era detta anche “roggia Lurera”. Da Certosa affianca l’Alzaia fino alla frazione Uschiolo. Proseguendo verso il Cantone Tre Miglia, alimentava la grande ruota di legno di un antico mulino, citato in un documento nel 1702, in disuso dal 1973 e ora purtroppo distrutto.
Cavo di Borgarello. Noto in passato con il nome dei successivi proprietari (gli stessi via via subentrati agli estinti Mezzabarba nel possesso dell’omonima villa): 1795 Cavo Londonio, 1847 Cavo Staurengo, poi Barozzi-Staurengo (1867), successivamente Cavo Calvi, quindi Cavo del Seminario (di Venegono), infine Cavo di Borgarello. Alimentato dalla Roggia Bareggia si divide in ramo di ponente, che scorre fino all’Uschiolo piegando poi verso est, e ramo di levante che attraversa le campagne a nord del paese, sorpassando la Roggia  Grande e sottopassando la strada del cimitero.
Di minore importanza, ma da citare per completezza di informazione, due cavi colatori di portata modesta, il Cavo Stampa e il Sessino. Entrambi attraversano campagne a nord del paese, sottopassando poi la Roggia Grande, la Roggia Bareggia e la strada per Porta d’Agosto.

 


Vie di terra
Collegamenti con Milano e Pavia.

La Strada Romana Mediolanum-Ticinum: la tratta che interessa Borgarello coincide con la “Straiazza” (ora strada provinciale) tra Porta d’Agosto e il Cimitero.Ancora in un atto  del 1327 sopravvive il toponimo “ad Quartum sive in territorio Burgarelli”, con riferimento alla distanza in miglia romane da Ticinum  (Pavia).
La strada Medioevale, “la strata qui vadit Mediolanum”. In realtà c’erano vari percorsi alternativi che attraversavano la campagna pavese. Uno di essi pare iniziasse a nord di Borgarello, all’altezza dell’attuale Vicolo S.Martino (non a caso protettore di pellegrini e viandanti), per raggiungere come prima tappa Villanova. Oggi si presenta come “sentiero campestre dei Mezzani”.Con lo scavo del Navigliaccio (1365) si impose sulle altre per la sua linearità una nuova strada Pavia-Milano, coincidente col tracciato dell’attuale Statale 35 dei Giovi.
Strade interne.
Nelle mappe del Catasto Teresiano del 1722 il paese si presentava sviluppato  lungo un’unica “strada pubblica”, l’attuale via Principale, da cui partivano poche diramazioni: la strada dei Mezzani, i due vicoli intitolati ai Santi patroni del paese – S.Martino e S.Anna-, alcune “Vie Interne” e la Via delle Crocette.
Quest’ultima rievoca nel nome un rito religioso propiziatorio di origini antichissime, probabilmente precristiane: le ROGAZIONI, con cui in primavera si implorava la benedizione di Dio sul lavoro dei campi e il futuro raccolto.
Si preparavano tre semplici crocette di legno, alte circa trenta centimetri, che venivano inchiodate (aggiungendosi via via a quelle degli anni precedenti) a un albero su ciascuna delle tre strade che dal paese si inoltravano nelle campagne: a nord la Strada dei Mezzani, a sud la strada verso la Repentita,a est appunto Via delle Crocette. La direzione ovest non era in passato percorribile perché lo Stradone del Naviglio – ora Via Pavia – restò a lungo un viale privato, pertinenza di Villa Mezzabarba.
In tre giorni successivi (lunedì, martedì e mercoledì prima dell’Ascensione) di buon mattino il Parroco si avviava per l’una o l’altra delle suddette strade, seguito da una piccola processione di fedeli, e recitava in latino un’invocazione a Dio:”…arbitro sovrano di tutta la natura,…da cui solo dipende l’opportunità delle stagioni e la fecondità della campagna…liberate noi tutti da ogni folgore e tempesta, inondazione, carestia, epidemia, persecuzione, guerra.. Purificate l’aria da ogni influsso cattivo, la terra da ogni insetto dannoso, e  mandate a suo tempo il vento e la rugiada, il sereno e la pioggia, onde ogni seme fruttifichi con abbondanza…”
Arrivati all’albero con la crocetta dell’anno, il rito si concludeva con una benedizione finale, dopo la quale i fedeli si avviavano al lavoro. La cerimonia si celebrava ancora fino agli anni ’60.
 

Le Corti.
Meglio degli indirizzi stradali esse identificavano i vari nuclei di abitazioni.
 Le principali erano: la Curtassa, ovvero lo slargo antistante la Chiesa, caratterizzato da paracarri in pietra e da un muretto con apposte croci recuperate dal vecchio cimitero.
A seguire, procedendo lungo la via Principale in uscita dal paese, si trovavano la Corte Cooperativa, dietro la Chiesa, la Curt D’la Pulga (della pulce), la Curt Di Dispar (dei litiganti), con allusione  ai frequenti conflitti tra gli abitanti per banali questioni di vicinato.
Tornando verso il centro si incontrava poi la Curt Del Crist, così chiamata per un bell’affresco che ornava la facciata della casa all’imbocco della corte stessa, dal vicolo S.Martino. Raffigurava un Crocefisso con la Madonna ai piedi della Croce, in una originale prospettiva non frontale ma di sbieco, sullo sfondo di un cielo tempestoso. Demolite ora la corte e la casa, distrutto l’affresco, li ricorda solo una vecchia foto.
Dalla piazza si accedeva alla Curt Del Bon (dal nome dei proprietari Bono –Cascina Colombina) e in fondo all’attuale via Moro a una piccola corte senza nome ma significativa. Infatti secondo la tradizione secoli fa su di essa si affacciavano due importanti botteghe artigiane –quella di un sellaio/conciapelli e quella di un falegname nonché carraio/bottaio - e fino al ‘700 una locanda. Di questa era probabilmente l’ultima traccia un’insegna dipinta sopra la porta e sopravvissuta, protetta dall’intonaco, fino a una recente ristrutturazione della casa. Raffigurava un uccello (pavone? galletto segnavento?) e una meridiana.
Sempre dalla piazza si accedeva alla Curt D’la Madona, identificata da un dipinto il cui originale risaliva a fine ‘600. Davanti ad esso fino al 1918 (e occasionalmente ancora nel successivo ventennio) la popolazione si ritrovava per recitare il Rosario tutte le sere del mese di maggio e ottobre, per le feste della Madonna, il Sabato Santo, Ascensione e Pentecoste, per S.Antonio, S.Giovanni e per la sagra di S.Anna. Distrutto l’affresco originario e anche la tela che lo sostituì (una Crocefissione), su iniziativa del parroco Don Severino Barbieri in occasione del Giubileo del 2000 la pittrice Luisa Bono dipinse una nuova tela che, riprendendo l’antica tradizione, raffigura  attraverso la simbologia delle Litanie  la Madonna del SS.Rosario. Attualmente l’originale, ribattezzato dalla devozione popolare “Madonna dei Glicini”, si trova nella chiesa parrocchiale ed è sostituito sul muro da una riproduzione, da cui la Vergine continua a benedire il suo popolo.
  Infine all’imbocco dell’attuale via Pavia c’era la cosiddetta Curt Di Siuri, allusione scherzosa ai suoi abitanti, alcuni “plandòn”, cioè piccolissimi proprietari certo non ricchi se a Borgarello c’era il detto “sbadigliare per la fame come il cane di un plandòn”.
 

Le Campagne
In Catasto sono identificate da numeri di mappale ma per chi le coltiva ognuna ha una personalità e un nome che si tramanda nei secoli anche in documenti ufficiali (passaggi di proprietà, “consegne” del fondo dal proprietario agli affittuari).
Talora il nome indica semplicemente la localizzazione: Chiappa del Sentiero, Chiappa di Casa, Crocette, Chiappa Casone, Campo Prionino al di qua e Campo Prionino al di là (della ferrovia), Campagnola del Casello, Campo Mezzani. Quest’ultimo nome indica un terreno intermedio fra due o più corsi d’acqua (in questo caso la Roggia Grande e la Roggia Bareggia a ovest e a est, i Cavi Sessino e Stampa a nord e a sud).
Altre volte il nome allude alla coltura praticata: oggi i vari “Prati del Riso”, in passato La Marcita, La Cipolata (bulbilli infestanti), il Bosco e il Boschetto di Borgarello –in zona Porta d’Agosto -, Il Moronone  e il Ciapone oltre li Moroni, nomi che evocano i filari di gelsi –i “moroni” appunto -, numerosi un tempo perché utilizzati per l’allevamento domestico dei bachi da seta, attività marginale a Borgarello, esercitata dalle donne con l’aiuto dei ragazzi di casa.
Il Dosso della Vigna, con tutte le varianti Vignino, Vignole, Vignazze, Vigna Vecchia, ci ricordano che fino al XVIII secolo le campagne di Borgarello non erano come oggi piane e coltivate a cereali ma presentavano dei rilievi –i dossi- “avitati” cioè coltivati a vigneti.
 Il Ghiandà e la strada campestre del Giandà che ad esso conduce evocano realtà ancora più antiche, gli antichi boschi di querce sacri ai Celti, primi abitatori della zona di Borgarello.
Il nome della campagna si riferiva in alcuni casi al proprietario: Prato del Fornaio, Prato del Sacrestano, Vigna del Gaspare, Prato Marchese.
Il nome Campi del Colè richiedono una spiegazione: si chiamano così perché appartenevano al Collegio dei Notai di Pavia, prima di essere ceduti a Siro Bovio con Atto del 21 gennaio 1636.
Altra campagna dal nome interessante è il Campo del Maestro. Si racconta che questo maestro fosse il precettore incaricato, come un tempo si usava, ( siamo nel XVIII secolo) dell’educazione dei figli del nobile Bovio dell’epoca, ma che si era assunto il compito supplementare di dare un’istruzione di base anche ai ragazzi del paese, utilizzando un locale della Cascina Colombina ancor oggi detto “Ca’della Scuola”. Per questo impegno extra il Maestro era compensato con l’usufrutto di una piccola campagna, che da lui prese il nome.
Altre volte i nomi delle campagne derivano da qualche caratteristica dei terreni: ad esempio i Cavalloni, lungo l’Alzaia, erano rialzi formati da terra di riporto conseguente allo scavo del Naviglio Pavese (inizio XIX secolo).
I vari Campi Fornace  ci ricordano che il loro terreno argilloso era usato per fare i mattoni, tipico materiale da costruzione locale usato per la Certosa come per tutte le case del vecchio borgo.
Altre campagne hanno nomi suggestivi: le Cavallere, il Baldacchino, l’Arcangelo, il Dosso dei Tassi, il Dosso delle Volpi  (nelle più rigide e serene notti invernali, dal paese si udiva lo schiatto delle volpi provenire da questa campagna, situata verso il cimitero).  Il Campo delle Quaglie Lunghe e delle Quaglie Corte avevano secoli fa’ un nome ancora più intrigante: La Vigna della Ladra della Quaglia e della Lodola.
 

I Trasporti
Per secoli da Borgarello ci si spostava con i mezzi privati che le disponibilità economiche o il prestigio sociale consentivano: cavalli, carrozze, calessi, carretti. Talvolta era possibile ottenere un passaggio sulle chiatte che ancora fino a metà del XX secolo percorrevano il Naviglio, trasportando da  Pavia alla Darsena di Milano la ghiaia del Ticino.
Fino al diffondersi delle biciclette (ma siamo già avanti nel XX secolo, negli anni fra le due guerre), la gente comune andava abitualmente a piedi, coprendo se necessario anche lunghe distanze.
Un documento dell’Archivio Storico di Milano del 30 marzo 1724 riporta a questo proposito la testimonianza di un viaggio a Milano fatto per questioni legali da tale Giacomo Dedè, di oltre ottant’anni, “habitanti in loco Burgarelli” e fittabile del Conte Mezzabarba e del Signor Gaspare Bovio.
“Siccome  dubitavano che io per la mia età potessi venire a Milano a piedi, mi avevano provvisto di un cavallo, del quale mi sono servito fino in vicinanza di Badile e mentre che detto cavallo andava zoppo e mi sballottava, sono smontato da cavallo  e l’ho mandato indietro e allora quell’uomo che mi aveva condotto il cavallo e lo seguitava ritornò indietro col cavallo e io sono venuto a  Milano a piedi.”
 Il servizio di trasporto pubblico da e per Pavia e Milano venne istituito solo nel corso del XIX secolo.
Dal 1843 entrò in funzione il Barchetto o Barca Corriera,trainato con funi da due cavalli che percorrevano le due opposte rive del Naviglio (l’Alzaia e l’attuale Statale). Tre corse al giorno Pavia-Milano e ritorno, costo 60 centesimi a persona, servizio sospeso la domenica. Oltre che passeggeri, si trasportavano anche bagagli e merci leggere (“pacchetteria”).
Fino all’arrivo della ferrovia  (linea Milano/Genova, stazione di riferimento Certosa), i trasporti pubblici via terra furono assicurati in un primo tempo (dal I861) dall’”Impresa di Corriere Milano-Pavia”, con un regolare servizio di diligenze a quattro cavalli: coupé chiusi, con posti per passeggeri sia interni (lire 2,75) che esterni (lire 2).
Al trasporto in diligenza si affiancò dapprima, per poi sostituirsi definitivamente, un  servizio di tranvia a vapore, introdotto da una società belga con sede a Parigi, la Société des Tramways et Chemins de Fer Economiques de l’Haute Italie”.
Un viaggio di due ore e venti minuti da Milano Porta Lodovica a Pavia Piazza Petrarca e ritorno, con fermata anche a “Conca Cassinino”. Posti di 1° e 2° classe, i primi dotati in inverno del lusso di scaldini.
La linea fu solennemente inaugurata con percorso completo  il  I° agosto 1880 e restò attiva fino al 29 febbraio 1936. Col I° marzo 1936 fu sostituta dagli autobus, non più a vapore, della Società Lombarda Servizi Automobilistici di Pavia, autobus peraltro già in servizio dal 20 maggio 1927.
Si chiudeva un’epoca “storica” dei trasporti e si entrava nella modernità.

 

La Chiesa parrocchiale
Ne è documentata l’esistenza in Atti della Diocesi Pavese del 1322-1323.
La titolazione a San Martino di Tours risale già alle origini ed è attestata da vari documenti del secolo XV. La dedicazione all’altra patrona, sant’Anna, fu introdotta più tardi, nel secolo XVII, dal curato Matteo Favari in adempimento a un voto fatto dal popolo alla Santa in occasione della peste del 1630.
Nella seconda metà del ‘600 la chiesetta originaria, troppo piccola e ormai fatiscente e addirittura in parte crollata, fu riedificata nelle attuali forme tardo-rinascimentali (salvo successivi restauri, anche recenti) dal parroco Carlo Domenico Broglia (1668-1685) e dal suo successore Melchiorre Lanterna (1685-1704).
A loro cura la chiesa venne ricostruita e ampliata con l’aggiunta dell’attuale abside, presbiterio, cappelle laterali e sacrestia. La sacrestia attuale è del 1861, del 1864 la sacrestia “degli uomini”, così chiamata perché riservata ai fedeli maschi, mentre durante le funzioni le donne occupavano i banchi della navata centrale.
La chiesa, poverissima nei primi secoli  e quasi spoglia anche dell’essenziale, si arricchì dal ‘700 in poi di pregevoli arredi e opere di arte sacra.
L’altar maggiore, dai ricchi marmi policromi, è del 1745 e anche nella cappella dei Defunti (o di S.Martino) vi è un pregevole altare di legno finemente intagliato che racchiude vari reliquiari. Pure in marmo sono il fonte battesimale settecentesco e, all’ingresso, un’acquasantiera a forma di conchiglia del secolo XVII.
Le rispettive cappelle ospitano due pregevoli statue lignee settecentesche rappresentanti l’una S.Anna che istruisce la Vergine bambina nella lettura  dei testi sacri, l’altra la Madonna del Rosario col Bambino in braccio.
Nelle altre cappelle laterali si trovano, oltre a un antico dipinto raffigurante la Madonna col Bambino, una grande pala secentesca con i santi Anna e Gioacchino che offrono un vassoio di frutta a Gesù Bambino tenuto in braccio dalla Madre, e una tela pure  antica con San Martino a cavallo che spartisce il suo mantello con un povero.
A queste opere antiche si sono recentemente aggiunte opere di artisti contemporanei: “La Madonna dei Glicini” di Luisa Bono, “Il Battesimo di Cristo” di Paolo Diegoli, la “Via Crucis”, “La Resurrezione di Cristo”, “Il Sacro Cuore”,  “S.Anna  con Maria Bambina” di Domenico Nucera.
La decorazione ad affresco del catino absidale e delle volte, con la sua ricca simbologia, è opera del pittore pavese Francesco Magenti (1885-1962) e di abili decoratori della sua bottega.
Le moderne vetrate con i loro colori delicati ben si integrano agli stucchi e modanature settecentesche che arricchiscono le pareti.
La chiesa è dotata di un pregevole organo costruito nel 1903 dai celebri Lingiardi di Pavia.
L’esterno
Come usava un tempo, la chiesa era originariamente affiancata su due lati – facciata e lato sud – dal cimitero. Nel 1576 il prelato incaricato di una visita apostolica dispone che il cimitero sia recintato da un muretto o da una siepe, con al centro una colonna in sasso sormontata da una croce in ferro o in legno.Solo alcuni sacerdoti e nobili (Bovio e Mezzabarba nel secolo XVIII) vennero sepolti sotto il pavimento della chiesa.
Il cimitero attuale, posto fuori dal paese su terreno del nobile Pecorara, risale alla metà dell’800: progettato dall’ing.Angelo Mangiarotti di Pavia nel 1851, fu completato nel 1854.
Il campanile affiancato alla chiesa sorgeva in origine dove ora c’è la cappella di S.Martino. Dalla relazione della visita pastorale fatta nel 1568 dal Vescovo Ippolito Rossi (era allora Curato Cristoforo Boveri), il campanile risultava dotato di una sola campana, passate poi a tre come risulta da successivi inventari del 1726 e 1740.
Attualmente le campane sono cinque e nel 1970 sono state oggetto di un restauro integrale.
La prima campana, in FA, è dedicata alla SS.Trinità: il Padre con lo scettro, il Figlio con la croce, lo Spirito Santo in forma di colomba. Dicitura: “Per Christum Deo Patri in unitate Spiritus Sancti omnis honor et gloria.”
La seconda campana, in SOL, è dedicata alla Sacra Famiglia di Nazareth, con la scritta “Jesu fac nos Familiae Sanctae tuaeexemplis instrui”.
La  terza campana, in LA, è dedicata agli Angeli Custodi. L’immagine è un angelo che protegge un bambino e la scritta dice: Quos redemit Filius Angeli custodiant”.
La quarta campana, in Si bemolle, è dedicata “ Ad perpetuam Concilii Oecumenici Vaticani secondi memoriam”, con l’immagine di San Pietro con le chiavi e la scritta “Ubi Petrus ibi Ecclesia”.
La quinta campana, in DO, è dedicata ai Santi Patroni Martino e Anna, dei quali riporta l’immagine con la dicitura “Mentes nostras ad caelestia desideria erige”.
Anche l’orologio del campanile ha una sua storia: l’installazione di quello originario fu  nel 1796 vivamente sollecitata alle autorità governative con un’istanza del curato Paolo Braschi a nome della comunità di Borgarello, per far cessare le continue polemiche  e controversie sulle ore d’uso delle acque di rogge e canali, da utilizzare a turno per irrigare le campagne. Per risparmiare –e favorire quindi l’accettazione della richiesta- si proponeva di recuperare e riutilizzare l’orologio dell’abbattuto Seminario Provinciale.
Per approfondimenti sui temi trattati si possono consultare i documenti conservati negli Archivi Storici e Notarili  di Pavia e Milano.
Si rimanda inoltre al libro “Borgarello XX secoli di storia” di Flavio Fagnani, Mario Farao, Sabrina Curti, ed. La Goliardica Pavese 1999.
Per quanto riguarda la storia della Parrocchia,  la fonte principale è rappresentata dall’Archivio Parrocchiale di Borgarello.
In particolare, oltre ai consueti registri e “Stati d’anime”, il già citato parroco Don Marzani tenne per decenni un dettagliatissimo diario giornaliero di tutte le funzioni, riti, processioni e  feste celebrate a Borgarello, indicando di ognuna paramenti, lumi, canti eseguiti, motivo delle celebrazioni. E’ interessante cogliere in questi appunti il riflesso che i fatti storici dell’epoca (le due guerre mondiali e l’intermedio ventennio fascista) hanno avuto anche sulla vita quotidiana della parrocchia e del paese.